il codice genetico della stampa

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eseguito da Giorgio Cavicchio – febbraio 2025

Un cavallo giallo, il muso inclinato, gli occhi che sembrano guardare altrove. Un’aria sospesa, elettrica.

De Chirico, certo, con il suo tratto, le ombre pesanti, il mistero che avvolge ogni cosa.
Ma anche qualcosa di diverso, un’anomalia cromatica, un effetto di stampa, di fuori registro.

Un’immagine che sembra uscita da un torchio litografico con gli inchiostri non perfettamente allineati. Magenta, giallo, ciano, nero. Il codice genetico della stampa, CMYK, la grammatica visiva della riproduzione.

E qui il gioco si fa interessante. Perché il cavallo non è solo De Chirico.

È un’ombra che attraversa mondi. Entra nella stampa industriale, si sporca di inchiostri sovrapposti, sembra un esperimento tra fotolitografia e serigrafia pop.

Warhol lo avrebbe preso e spinto oltre, come fece con Leonardo, e con lo stesso De Chirico. Stampava, replicava, destrutturava. Faceva esplodere le immagini con il colore, le rendeva icone senza tempo. De Chirico, invece, replicava se stesso per riaffermare la sua visione, la sua pittura che tornava, ossessiva, quasi a ribadire un’identità.

E allora questo cavallo cosa fa? Sta nel mezzo. È De Chirico, ma è anche stampa, è pittura ma è anche riproduzione.

Il nero lo tiene ancorato, il colore lo libera. Corre dentro una cornice che non è più solo metafisica, ma anche tipografica. Come un’insegna luminosa fuori fase, come un vecchio manifesto consumato dal tempo.

Ma non è arrivato qui per caso. Dietro, c’è una costruzione precisa, un processo.

Prima il nero scheletrico, la base.

Poi la stampa su un foglio da disegno, la struttura che prende forma. E lì entra in scena Giorgio Cavicchio, (classe 1939) cromista, fondatore di CDcromo, un uomo che il colore lo conosce, lo governa, lo domina.

Con il pennello stende la materia sopra il nero, crea la vita dentro i contorni. Un gesto sapiente, nato da anni di mestiere, di occhio affinato, di esperienza su carta e lastra.

Ma qui sta la sfida, il paradosso. Perché Giorgio con la quadricromia ci ha vissuto, l’ha sempre trattata per quello che è: un sistema che non si mescola mai davvero. Quattro colori, ognuno per sé, sovrapposti ma mai fusi, distinti come voci in una polifonia perfetta.

Il suo lavoro è sempre stato quello di rispettare questa logica, di calibrare ogni separazione in modo che il ciano resti ciano, il magenta resti magenta, il nero serva solo a dare profondità. Questa volta no.

Qui ha dovuto piegare la sua natura, tradire il suo istinto, usare la quadricromia come se fosse pittura. Lasciarla sporcare, farla vibrare, perdere il controllo scientifico per entrare in un territorio nuovo, incerto, più vicino alla tela che alla lastra tipografica.

Poi la scansione, ad altissima risoluzione. Il colore che diventa dato, informazione, pronto a essere rimesso in gioco.

Sopra, il nero scheletrico torna, in Photoshop, sovrapposto con la stessa logica delle serigrafie manuali di Warhol. Un metodo antico rifatto in digitale, ma con la stessa idea di separazione, di equilibrio tra fondo e figura, tra struttura e libertà.

Ultimo passaggio: la stampa, grande formato, plotter Epson, carta opaca. Il digitale che torna alla materia, alla fisicità. L’inchiostro che si posa sulla carta, definitivo.

Un cavallo che attraversa il tempo, le tecniche, le mani che lo hanno portato fin qui.
Un’immagine che non è solo pittura, non è solo stampa. È un viaggio.